La poesia è -io spero essa sia- un’incisione, un segno profondo, una fessura nella superficie coriacea del mondo umano, un taglio spiraglio sulla pelle inaridita della vita senza più scandalo che è l’oggi.

Rossella Tempesta

IRENE, IL MARE, LA TERRA

Novembre 20th, 2008 · 12:18 am

Tanto tempo senza un articolo, per comprovabilissimi “motivi familiari”, però ecco che questo caffè letterario virtuale si arricchisce di un contributo interessante e, mi pare, prezioso.

 

Siamo nella bella Formia, davanti all’incanto del golfo di Gaeta e Formia, appunto.

Su di un panorama di una bellezza che sconfina nello struggimento e, dunque, quasi della malinconia, si affaccia la finestra della stanza nella quale scrivono ben due poeti, compagni anche di vita: Giuseppe Napolitano ed Irene Vallone.

Di Giuseppe e delle molte e pregevoli cose che fa PER la Poesia, oltre che della sua poesia, parleremo presto.

Oggi ci dedichiamo alla lettura della poesia di Irene Vallone, un delicato ed incisivo esordio il suo, premiato sul nascere dalla giuria del Premio Sant’Elia.

E confesso che leggendo i suoi testi mi sono scaldata di intima soddisfazione, per quest’altra voce di donna, e di donna del mio sud.

Una voce ferma, distesa, intensa ed emotiva. In una cornice minimalista e delicata nei toni, che ancora più risalto da al cesello del particolare.

Praticamente un autoritratto di Irene. 
 

1

Africa 
 

Ho nel mio cuore l’urlo

indelebile scava

la ferita del ricordo 

Stretta la gola

tra mantici ferrei

sacchi di corpi percossi

grani di polvere

a medicare ferite

noi sordi, ciechi  

Aria malsana

a mendicare amore  

Stretto al petto

il figlio della paura

lo strazio della violenza

negli occhi tuoi bambini

sorriderà domani tenerezza 
 
 
 

2

Introspettiva 
 

Siamo tutti grandi fiumi

                  carsici

penetriamo nelle profondità

                  dell’anima

e barlumi di luce a specchio

lasciamo intravedere dalle forre

fissità di pensieri su

orizzonti alla deriva

sullo strappo un telo blu 
 
 
 
 

3

Nascondi 
 

terra che nascondi la pioggia

conserva di sale, di vita, di pane 

trattieni radici  e propaghi profumi 

terra di sale di vita di pane

doni la vita e nascondi la morte

l’orma di ogni passaggio hai segnato  

terra di sale di vita di pane

profondi parole in un campo di grano

nascondi le tracce di ogni suo passo 
 
 
 

4

Terre mie 
 

colmi  gli occhi delle terre mie

nuovi inseguono nella luce profumi antichi

stanchi i passi solcano le pieghe dei ricordi

all’orizzonte incertitudine desueta

sa di erbe di campo il tramonto

e con una stella mi aggrappo sull’uscio

                                                             del buio. 

 

Gabriela Fantato, la poesia a Milano

Marzo 6th, 2008 · 11:42 am

La Mosca di Milano“La Mosca di Milano”, questo è il nome di una delle più interessanti riviste letterarie italiane, intreccio di poesia arte e filosofia, com’è indicato pure sulla asciutta ed elegante copertina; copertina da libro, formato da libro, un breviaro quasi, certamente un oggetto a cui è facile affezionarsi, che io stessa amo portarmi un pò ovunque, infilandolo in borsa anche all’ultimo momento e pregustando il piacere che avrò di trasformare le innumerevoli attese nel traffico e nelle file quotidiane in un mio arreso sprofondare nel giardino segreto, tra le mani una “Mosca” di carta che mi racconta di Ombra e Sogno… Tutto questo è merito di Gabriela Fantato, poetessa milanese che di grinta pazienza entusiasmo e poesia ne ha da….da trasformarli in una rivista giunta al suo decimo anno di vita, che ha prestigiosi collaboratori da tutt’Italia e dall’estero, che è veramente aperta ed accogliente verso lo scrittore ed il puro lettore. Ed a Gabriela resta ancora molto da dare, come dimostrano con evidenza le sue poesie, sensibili e piene; di grazia, di musica, e persino di silente dolore, pudìco, mai privo di luce. E del quotidiano piene, del quotidiano suo e di chiunque, delle vite di uomini e donne, dei luoghi e dei respiri che spargiamo in essi, fino a renderli così nostri, emanazioni di noi stessi, lembi che ciascuno porta nella propria esistenza. A Napoli come a Milano. da “La forma della vita”

La forma della vita

Cammini sul ciglio della strada
dove non c’è riparo  né contatto.
Tutto è compiuto
in questa città  che ha la forma
di ogni altra città  a venire.

Cola la notte dentro gli uomini,
strade a corridoio
dove  scivola il gesto che sa
e tace  la ferita.

Le luci, le luci sono troppo alte
per vedere l’ombra, la vostra
la mia e il sangue nel canto
taciuto ai figli
dentro la pagina.

Sarà  questa l’ora di dirlo
il tempo immacolato e crudele?
L’ infanzia orfana  la casa,
una guerra nella memoria muta
della pelle.

I corpi hanno perso il sogno
nel tanto spaccare la vita
con le unghie sino in fondo,
nel dirlo ogni volta  estinto il sogno,
come fosse per davvero,
per sempre.

Cerco l’abbraccio nelle piazze
smagrite.
Lo trovo la notte, lo inseguo
nel piano inclinato
degli occhi.

Ho scavato una grotta
per la solitudine e la preghiera
non scordata mai, non saputa
se non nel grido.

Sotto, più giù dentro i cunicoli,
nel nero che assedia
le ginocchia si chiude il cerchio,
la parola consumata all’inizio.
non ho più occhi.

Tengo stretta la mia,
la tua ora, quella che sola ci appartiene
dove dici   amore
e ci credi e lo tieni come l’ospite,
l’ultimo.

Nascite imperfette

Nella fessura del presente
restiamo appesi a un ricordo.
Dentro la testa  un mare,
senza data e il nome

resta la ninna nanna
di mia madre nel bianco,
come fosse una notte senza luna

E’ stretta la mattina dove si perde,
dove è più scuro il giorno
sopra le pagine
e la fuga nella pelle.

resta il segno nella mano
di mio padre,
la nostalgia, un balzo senza fine

La terra conserva
la formula del fiore e la legge della stella,
un tempo fissato   e chiama.

Cantilena della specie

La scriminatura divide i capelli
in parti non uguali.
Sono fragili i capelli, si vedono le ossa.
La pelle e il bianco sotto,
dove ognuno
tiene stretta una dedizione che non so

è questo  questo è il brivido nella ruga precoce
dentro un cielo sfilacciato

Le strade lo sanno e si sono
predisposte in obliquo.
Lasciano che sia lento lo scivolare,
una frana a valle dove la cenere copre i resti
con la pietà  di un dio più grande .

questa la fedeltà  di chi cerca un piatto,
la casa e il davanzale per i gerani

Un battito sale, entra nei muri,
arriva sino al terzo livello in verticale
sotto.
Si muore bene, dici, coltivandosi
con attenzione come un fiore piccolo
nel suo vaso.

è questa la gioia  balzo dentro la specie
dove lo sanno le cellule, i rami e i figli

Ai pochi

I.

Anche oggi il sole ha aperto il cielo
e dato forma alla collina,
il sopra e il sotto, il mondo davanti.

Ieri è stato tutto un lavorìo
di tagli e incastri
nel fondo del baule  la vita,
un farsi estate e aspettare che conduca il passo.

Nella fatica del paesaggio resta
un bianco ostinato e la fuga verso est
dove cresce il tempo primo
dell’invocazione  un segno a puntasecca
come se infinito.

II.

Resta una fedeltà  ai pochi
a fare il perimetro e un giardino selvatico
prima del bosco, oscuro quanto quello.

La strada  la strada è rossa,
dritta verso l’infanzia, dove eri sempre stato.

Non sapresti dire se era vero
quel tanto girare di spalle,
non sai trovare il nome un piega del labbro
dove la foce attende il sangue,
rosso come un’acqua che viene
e slitta, vedi s’avvicina

III.

Il sorriso copre l’assenza dei volti,
non tirare le somme,
non sarà  un numero a dire la gioia,
un azzardo nel bianco.
L’addio improvviso, come il freddo.

Resta un patto senza abbreviazione
la tua storia, una memoria.
Un bordo dentro gli occhi.

Solo nel taglio esatto
a volte riposo

Città  in sotterranea

I.

Sotto, proprio qui sotto il metallo
sutura la pelle  gli strati non riparano
dal freddo.

La città   un disegno di strade
a perdere,
senza nulla che mondi dal nero
dentro gli occhi.
Non la resa delle bestie a primavera,
non la terra aperta dal vomere,
la terra tagliata tra le mani.
Qui sotto non c’è l’ombra
a fare i corpi meno soli, vedi?
batte il ritmo di un’infanzia
rubata
con il gesto semplice che strazia.

II.

Dov’è la parola?
La radice selvatica che unisce
il tronco con le mani,
la punta al taglio nel mio fianco
e fa una linea esatta  solo per metà .
Una dolcezza dentro il bianco
per ogni volta che perdiamo
l’abbraccio.

III.

Fuori resistono i gerani al davanzale,
l’edera al cancello,
esistenze mai cresciute nella gioia,
mai venute alla sfida
di un amore.

Tengono la casa, la tengono dove
il giorno è polvere e l’occhio
non decifra
la legge nelle stagioni.

Qualcuno prega   la pietà ,
senza saperla, senza averla mai avuta.
E’ un vizio la pietà ,
una crepa  nel battito cardiaco
prima che la lama dica il male.

IV.

Sotto, qui sotto la partenza è
viaggio nella specie  perdersi
di cunicoli e ombre nella pancia di Milano
dove dici  mare, quel sogno
nel cuscino.

Sotto si agita un’acqua gonfia
sotto il cemento, dentro i navigli
interrati come  una serpe che non si vuole
per vicina
e sale - vedi? adesso sale l’acqua.
Arriva sino al cielo.

La semina di Chiara De Luca

Gennaio 7th, 2008 · 5:04 pm

Chiara è una poetessa che sa correre e sa soffermarsi, è stata una atleta nella corsa, una agonista e questo forse ha aggiunto al suo talento poetico qualcosa di originale: la misura, una misura che è più che metrica, è concentrazione e passione poste a servizio di una sensibilità  non comune.

Come tutti i bravi poeti, quelli veri, direbbe Elio Pecora, Chiara De Luca fa molto per gli altri, lo fa come critico letterario acuto e mai freddo, ma anche come amante, della cultura, della sofia, dell’altro da sè.

Non mancate di visitare il suo sito Furioso Bene, che è accessibile dal link alla sinistra di chi legge questa pagina, e godete fino in fondo della poesia di Chiara, una poesia che germina nel buio, fiorisce dentro i nostri silenzi interiori, nel nostro orecchio continua a risuonare come il mare che ci rammenta di sè nei padiglioni delle conchiglie spiaggiate…

 

 

Da I grani del buio, inedito

 

àˆ un campo ferito la storia di ciascuno
sentieri infiniti si aprono ai confini
selci sono pietre miliari di domande
sabbia morbida ad accogliere le orme,
in un proliferare dissennato di stagioni.
Puoi entrare di tallone, o più leggero
lasciando tra le dita scivolare i grani,
di piatto calpestare l’erba o consentire
che disteso a croce ridisegni il tuo profilo,
strappare vorace frutti acerbi o avere cura
di arbusti che crescano in tronchi da scalare…
Lei sulla sua terra incoronò un assoluto
sovrano conferendogli potere,
di vita, di morte,
o di capire.

 

 

 

Stipiti acuti di voci negli anni
spuntati sul loro cammino
confusero al buio il disegno
disfecero i tratti, sfumarono i toni
d’un mistero venuto alla luce volgare.
Lei lo portava nel ventre racchiuso
come un uccello straziato,
strappate le ali vibravano ancora
nella terra arrossata sul fiume…

Muove le gambe di bimba e procede
a tentoni nel grigio.
Irrigidite dal freddo
le ciglia imbiancate dimezzano il buio.
Muove le gambe più forte
ritmando il variare del cuore,
il fiato che la precede di poco
ampio si riapre al passaggio.
Degli alberi resta agli occhi la base
in alto le braccia in un tuffo al contrario
nella calma inquieta del cielo in bonaccia.
Onde di vento vorrebbero alzarsi
stracciare il velo, dissipare il gelo.

Lei muove le gambe di bimba e procede.

Lui prese a scavare battendo impazzito
avrebbe voluto squarciarle
rabbioso la gabbia del petto
a colpi violenti di becco.
Sbarre di costole inclinarono molli,
non cedette la porta del ventre.
Le ali, le ali fluttuavano a pena.
Lei aveva indossato il sorriso
schivando punte taglienti di voci
a rimestare fango infuocato.

Muove le gambe di bimba e procede
si lascia avvolgere dentro le pieghe
di cielo grigio disceso che aperto
accondiscende al passaggio.
Nebbia potrebbe partorire ogni cosa.
Si apre lo spasmo in condensa di acque,
il fiato disegna profili di mani,
nasce in sordina la sera sporcata
scrivendo sul corpo troppo in fretta la vita.
Lei sa che sua madre l’attende nel freddo
avvolta dentro un cappotto
nell’auto che nebbia rilascia
ogni volta a sorpresa al ritorno.

Aveva indossato un silenzio attillato
custodendo il cuore nella distanza
lasciava che il tempo le riscrivesse
un corpo che nessuno avesse sfogliato.
Avrebbe voluto lavare la pelle,
versare i ricordi nel buio,
avere sete di nuovo,
bere alla sorgente pura
d’una profonda fonte futura.
Essere letta dalla fine al principio,
saltando di pagina in pagina
da un capitolo all’altro segnando
a mano note sui lati
negli spazi rimasti intentati,
geometrie di parole non ancora tracciate.
Qualcuno che con le mani d’un cieco
sul braille del passato si lasciasse guidare
ad aprire nel centro con gesto sacrale,
sentisse la carta,

la pelle e il suo odore.

 

 

 

Abbiamo aperto i boccaporti del buio
a farci caldo solo di pensiero,
entra freddo nelle parole
nudate del senso fino al silenzio.
La mano me la strappi di mano
mi chiudi in un angolo e torni
a forzare il fiume dentro un bicchiere.
Faccio pressione sulle pareti
di vetro scompongo frantumi:
acqua si divincola, e cocci.

 

 

 

 

I grani del buio sono mille
occhi chiusi che prolungano
la mente ad osservarsi nel tramonto.
Ci salvano le scene della fine
sotto lo spergiuro delle assenze,
odi si cibano d’attese
allo scongiurarsi dei ritorni.
Volute di giorni circoscritti
nell’andirivieni delle notti,
ascoltale piangersi di gocce
mani di cielo sparse in palmi
sui vetri a disegnare polpastrelli
nell’immaginazione di bambini,
quando si spuntava come fiori
da sotto le coperte a festeggiare
l’insolvenza del male il capolino
d’un raggio tra le assi lievemente
discoste degli infissi alla finestra,

e per disattenzione un ventre d’ala.

 

 

 

Snocciolo
come un rosario le nocche,
li vedi i sentieri che abbiamo
lasciato la ghiaia che scricchiola
sotto la pelle tornata
insensibile al taglio
profondo dei giorni.
Fasci di canne ingrossate
sembrano aver prosciugato
il vanto guerriero del fiume.
Blocchiamo le zampe sottili
in corsa d’un lampo e due anni
d’acciaio in ostacoli
ci hanno spezzato i ginocchi.
Il tuo nome è un prisma infinito
riverbera sillabe che ricombino
a chiamarti, e ogni cosa.

 

 

 

Ci vorrei stanotte ritornati
animali prima del diluvio,
lasciarci il coraggio di un approdo
sicuri incastonare la prua della nave
nella sconosciuta baia del vissuto.
Raccogli naufrago nel vento il mio sbandare
agitarsi di mani appese a rami emersi,
appuntando gli occhi brancolanti ad una cima.
Perché la pelle nuda da sola non riscalda,
avvolgersi del manto generoso dell’infanzia
accovacciati in fondo a una tana condannata
dove il gioco lento è scivolato nel massacro
riapriamo nella carne cicatrici per leccare

animali prima del diluvio.

 

 

 

 

Ha slarghi di sonno l’incedere del giorno
impastando notturno la farina della resa,
in alto si schianta il corpo d’un lampione
profila nel nada la testa luminosa,
passi sono spari di silenzio nel viavai
d’auto in branco nel recinto delle strade,
fughe di guardrail finiscono nel ventre
di colline disadorne all’altare della resa.
Avvolti di vibrante solitudine ferina
abbiamo volto gli occhi di miseria nel passato
denocciolato il senso alla polpa del futuro,
abbiamo indurito lo sguardo contro il muro,
ceppi spezzati impedivano l’andare
contratto allo spiraglio dove

un fiore stringe, incapace a risalire.

 

 

 

A sbranarci il cuore sono state
le bocche voraci della fame,
le hai viste inesauste masticare
sazie schiudersi al silenzio.
Adesso è pienamente che ti parlo,
scivolo le mani istupidite
nella gola aperta del dolore
e stretto tra le dita non è bianco
il pane spezzato del ricordo.

 

 

 

Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,
vestirsi, prepararsi, anche il dolore
non infuria in gorghi nelle tempie
non preme in gola o sotto il velo
degli occhi che indosso per uscire.
Falda sotterranea scorre quieto
sottopelle, non asseta.
Adesso sono io a chiedere
d’essere salvata.

 

 

                                           a Carla

 

Lo vedi, adesso, il mezzogiorno,
lo scottare imprevisto della luce
sullo scudo delle palpebre assorbite
dalla notte, siamo noi, quell’ombra
che al fianco scivolando ci accompagna
fotogramma fissato nell’inizio
agli occhi di chi ha perso l’avanzare
nell’impercettibile assommarsi dei colori,
mentre la pellicola si è svolta
sul fondo del silenzio di una stanza.
Al rinominarsi dell’estate con gli amici
d’un tempo estranea la guardiamo
nel variare della sera ci voltiamo
un’ultima volta per vederla

ombra tra ombre seminata.