Archive for Giugno 2007

Viaggio in Campania, tappa a Torre del Greco

Mercoledì, Giugno 20th, 2007

Pasquale Corsaro è al suo terzo libro, il primo “Ombre a sera” con l’editore Guida, fu un regalo inaspettato e concertato dai suoi figli, che rinvennero poesie del padre dedicate principalmente alla moglie amatissima e da poco scomparsa.

Oggi, solo pochi anni dopo, Pasquale Corsaro scrive ancora, è sempre molto schivo, timido ed assolutamente non incline alla promozione delle sue, innegabili, qualità  di poeta.

Ha fondato insieme a Giovanni D’amiano (altro poeta torrese di cui vi parlerò) l’associazione Torregreco, ed istituito un premio per la narrativa d’esordio dal titolo “Nati due Volte”: i giurati, sostanzialmente, sono i comitati di lettura costituiti da trecentocinquanta adolescenti felicemente reclutati nelle scuole medie superiori. Una cosa fantastica.

Il nuovo libro di Pasquale Corsaro si intitola “All’ombra dei Pini”, Duemme Edizioni, io sono stata onorata di curarlo e di scriverne la prefazione.

Ecco la poesia di Pasquale Corsaro:

 

 

Di cosa hai bisogno?

Questo è il nostro universo,

questo buio è la notte

la nostra vita penzola

come un angolo pauroso

Inutilmente l’occhio scruta il cielo

non si scorge alcuna traccia,

sul fiume, senza sforzo,

foglie di quercia, di pioppo,

foglie vere, fluttuano verso il mare

Frotte di foglioline,

l’abbocamento della luce dura ancora,

restano in attesa degli applausi

Dobbiamo andare a combattere

alzare i pensieri che se ne stavano sdraiati,

come gli alpinisti dire

qui in cima siamo arrivati.

 

Ho bisogno

di scrivere per tacere

di vedere un amico

di dormire  di sognare.

Vera D’Atri, poetessa romana di Napoli…

Venerdì, Giugno 8th, 2007

Di Vera D’Atri potrete anche conoscere il volto, se avrete la voglia di sfogliare le foto nella sezione album del sito.

Io trovo molto belli i suoi occhi, che in qualche modo sono una metafora dei suoi versi: trasparenti, limpidi, lungimiranti e dotati di un certo incanto, retaggio dei sogni notturni o sognati ad occhi aperti.

Ecco alcune sue poesie.

Nevicare

Nevicare,
posarsi come una moltitudine,
essere bianchi
senza più dolore e stare sulla terra
come un lembo di coperta
e tremare.


La fine dell’inverno
L’inverno, che aveva il suo senso
nella piccola roccia del cuore, ora spiuma sui tetti i segreti del volo
ed è una bianca fiammata di panni.
C’era, non c’era,
per un attimo era andata a guardare
una cruna, un cammello,
i luoghi ramati del cuore,
il suo spavento di passeri in ferma sembianza,
e il letto con doni sminuzzati e complessi
grano pane d’amplessi;
di marzo al principio, non sa ancora che
l’ultimo cervo ha saltato il dirupo.
Limata da inverni pregressi
ancora metallica siede
la bocca infilata nel cielo, le scarne preghiere, lei,
comunque, sempre degna di nota.
Una voce di teschio spalato
ha raggiunto il livello del pozzo,
ed ha sempre un’eco di pianto
la vipera azzurra del cielo sereno,
le sue ingiurie lucenti dal tetto del sogno
si rovesciano in pioggia di gala.
Ma i vecchi hanno messo il loro bambino alla porta
e li ho visti girare una fredda minestra,
dietro al fischio di marzo, non ancora felici.
E le streghe inventate di notte, sbucate
improvvise tra i parroci in viola armeggiano ai roghi con fili d’ortica,
la vigilia m’infervora come un taglio di ceppi,
e nei racconti dei draghi San Giorgio sbrandella i parti mostruosi
del febbraio inumano. Coi verdi occhi sboccianti alla luce
precipito
a quest’India vociante
speziata
di domestica muffa.
dove le madri dormono
immense come rocce
o catene
perseveranti
nutrienti
e dove sognano
di aver partorito la tigre.

Un manifesto poetico ( e non solo) che condivido

Sabato, Giugno 2nd, 2007

Ecco la bella poesia di Ivano Mugnaini, poeta di Bargecchia di Massarosa, in provincia di Lucca. La poesia “Il giusto peso” è tratta dalla silloge inedita “Per vie traverse”. Ivano ha già  ricevuto  diversi premi di poesia.

 

Il giusto peso
 

   Dare, ora, alle parole
il giusto peso, è tutto
ciò che abbiamo, scegliere
cosa dire senza oscillare, goffo,
tra il rumore dello sghignazzo
che insegue e il tremore prudente
di chi ti ha amato, bianco esile
di capelli volati per la strada
uno ad uno. Sollevare le parole
con le braccia, sentire la pelle
bruciare di sudore ad ogni sillaba
che riga l’asfalto , ogni silenzio
che sfregia e carezza la spina.
   Parlare e tacere a tempo,
prima che il tempo deponga
una lapide ironica su ogni istante
smarrito nel nulla, monologo cupo
di vecchio ubriaco, dialogo di comari
che si lagnano del caldo, della stagione,
dei prezzi folli del supermercato.
E’ ora di darsi, nudi, alle parole,
sperando in un abbraccio di passione
o almeno in un riso pietoso, alito
leggero sul collo e sulla mano, profumo
di vento che ti passa accanto mentre
guardi due occhi accesi, e il silenzio
che ti esplode dentro è un nemico
che puoi ancora annientare.