La semina di Chiara De Luca
Lunedì, Gennaio 7th, 2008Chiara è una poetessa che sa correre e sa soffermarsi, è stata una atleta nella corsa, una agonista e questo forse ha aggiunto al suo talento poetico qualcosa di originale: la misura, una misura che è più che metrica, è concentrazione e passione poste a servizio di una sensibilità non comune.
Come tutti i bravi poeti, quelli veri, direbbe Elio Pecora, Chiara De Luca fa molto per gli altri, lo fa come critico letterario acuto e mai freddo, ma anche come amante, della cultura, della sofia, dell’altro da sè.
Non mancate di visitare il suo sito Furioso Bene, che è accessibile dal link alla sinistra di chi legge questa pagina, e godete fino in fondo della poesia di Chiara, una poesia che germina nel buio, fiorisce dentro i nostri silenzi interiori, nel nostro orecchio continua a risuonare come il mare che ci rammenta di sè nei padiglioni delle conchiglie spiaggiate…
Da I grani del buio, inedito
àˆ un campo ferito la storia di ciascuno
sentieri infiniti si aprono ai confini
selci sono pietre miliari di domande
sabbia morbida ad accogliere le orme,
in un proliferare dissennato di stagioni.
Puoi entrare di tallone, o più leggero
lasciando tra le dita scivolare i grani,
di piatto calpestare l’erba o consentire
che disteso a croce ridisegni il tuo profilo,
strappare vorace frutti acerbi o avere cura
di arbusti che crescano in tronchi da scalare…
Lei sulla sua terra incoronò un assoluto
sovrano conferendogli potere,
di vita, di morte,
o di capire.
Stipiti acuti di voci negli anni
spuntati sul loro cammino
confusero al buio il disegno
disfecero i tratti, sfumarono i toni
d’un mistero venuto alla luce volgare.
Lei lo portava nel ventre racchiuso
come un uccello straziato,
strappate le ali vibravano ancora
nella terra arrossata sul fiume…
Muove le gambe di bimba e procede
a tentoni nel grigio.
Irrigidite dal freddo
le ciglia imbiancate dimezzano il buio.
Muove le gambe più forte
ritmando il variare del cuore,
il fiato che la precede di poco
ampio si riapre al passaggio.
Degli alberi resta agli occhi la base
in alto le braccia in un tuffo al contrario
nella calma inquieta del cielo in bonaccia.
Onde di vento vorrebbero alzarsi
stracciare il velo, dissipare il gelo.
Lei muove le gambe di bimba e procede.
Lui prese a scavare battendo impazzito
avrebbe voluto squarciarle
rabbioso la gabbia del petto
a colpi violenti di becco.
Sbarre di costole inclinarono molli,
non cedette la porta del ventre.
Le ali, le ali fluttuavano a pena.
Lei aveva indossato il sorriso
schivando punte taglienti di voci
a rimestare fango infuocato.
Muove le gambe di bimba e procede
si lascia avvolgere dentro le pieghe
di cielo grigio disceso che aperto
accondiscende al passaggio.
Nebbia potrebbe partorire ogni cosa.
Si apre lo spasmo in condensa di acque,
il fiato disegna profili di mani,
nasce in sordina la sera sporcata
scrivendo sul corpo troppo in fretta la vita.
Lei sa che sua madre l’attende nel freddo
avvolta dentro un cappotto
nell’auto che nebbia rilascia
ogni volta a sorpresa al ritorno.
Aveva indossato un silenzio attillato
custodendo il cuore nella distanza
lasciava che il tempo le riscrivesse
un corpo che nessuno avesse sfogliato.
Avrebbe voluto lavare la pelle,
versare i ricordi nel buio,
avere sete di nuovo,
bere alla sorgente pura
d’una profonda fonte futura.
Essere letta dalla fine al principio,
saltando di pagina in pagina
da un capitolo all’altro segnando
a mano note sui lati
negli spazi rimasti intentati,
geometrie di parole non ancora tracciate.
Qualcuno che con le mani d’un cieco
sul braille del passato si lasciasse guidare
ad aprire nel centro con gesto sacrale,
sentisse la carta,
la pelle e il suo odore.
Abbiamo aperto i boccaporti del buio
a farci caldo solo di pensiero,
entra freddo nelle parole
nudate del senso fino al silenzio.
La mano me la strappi di mano
mi chiudi in un angolo e torni
a forzare il fiume dentro un bicchiere.
Faccio pressione sulle pareti
di vetro scompongo frantumi:
acqua si divincola, e cocci.
I grani del buio sono mille
occhi chiusi che prolungano
la mente ad osservarsi nel tramonto.
Ci salvano le scene della fine
sotto lo spergiuro delle assenze,
odi si cibano d’attese
allo scongiurarsi dei ritorni.
Volute di giorni circoscritti
nell’andirivieni delle notti,
ascoltale piangersi di gocce
mani di cielo sparse in palmi
sui vetri a disegnare polpastrelli
nell’immaginazione di bambini,
quando si spuntava come fiori
da sotto le coperte a festeggiare
l’insolvenza del male il capolino
d’un raggio tra le assi lievemente
discoste degli infissi alla finestra,
e per disattenzione un ventre d’ala.
Snocciolo
come un rosario le nocche,
li vedi i sentieri che abbiamo
lasciato la ghiaia che scricchiola
sotto la pelle tornata
insensibile al taglio
profondo dei giorni.
Fasci di canne ingrossate
sembrano aver prosciugato
il vanto guerriero del fiume.
Blocchiamo le zampe sottili
in corsa d’un lampo e due anni
d’acciaio in ostacoli
ci hanno spezzato i ginocchi.
Il tuo nome è un prisma infinito
riverbera sillabe che ricombino
a chiamarti, e ogni cosa.
Ci vorrei stanotte ritornati
animali prima del diluvio,
lasciarci il coraggio di un approdo
sicuri incastonare la prua della nave
nella sconosciuta baia del vissuto.
Raccogli naufrago nel vento il mio sbandare
agitarsi di mani appese a rami emersi,
appuntando gli occhi brancolanti ad una cima.
Perché la pelle nuda da sola non riscalda,
avvolgersi del manto generoso dell’infanzia
accovacciati in fondo a una tana condannata
dove il gioco lento è scivolato nel massacro
riapriamo nella carne cicatrici per leccare
animali prima del diluvio.
Ha slarghi di sonno l’incedere del giorno
impastando notturno la farina della resa,
in alto si schianta il corpo d’un lampione
profila nel nada la testa luminosa,
passi sono spari di silenzio nel viavai
d’auto in branco nel recinto delle strade,
fughe di guardrail finiscono nel ventre
di colline disadorne all’altare della resa.
Avvolti di vibrante solitudine ferina
abbiamo volto gli occhi di miseria nel passato
denocciolato il senso alla polpa del futuro,
abbiamo indurito lo sguardo contro il muro,
ceppi spezzati impedivano l’andare
contratto allo spiraglio dove
un fiore stringe, incapace a risalire.
A sbranarci il cuore sono state
le bocche voraci della fame,
le hai viste inesauste masticare
sazie schiudersi al silenzio.
Adesso è pienamente che ti parlo,
scivolo le mani istupidite
nella gola aperta del dolore
e stretto tra le dita non è bianco
il pane spezzato del ricordo.
Perfino aprire gli occhi è diventato naturale,
vestirsi, prepararsi, anche il dolore
non infuria in gorghi nelle tempie
non preme in gola o sotto il velo
degli occhi che indosso per uscire.
Falda sotterranea scorre quieto
sottopelle, non asseta.
Adesso sono io a chiedere
d’essere salvata.
a Carla
Lo vedi, adesso, il mezzogiorno,
lo scottare imprevisto della luce
sullo scudo delle palpebre assorbite
dalla notte, siamo noi, quell’ombra
che al fianco scivolando ci accompagna
fotogramma fissato nell’inizio
agli occhi di chi ha perso l’avanzare
nell’impercettibile assommarsi dei colori,
mentre la pellicola si è svolta
sul fondo del silenzio di una stanza.
Al rinominarsi dell’estate con gli amici
d’un tempo estranea la guardiamo
nel variare della sera ci voltiamo
un’ultima volta per vederla
ombra tra ombre seminata.