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Gabriela Fantato, la poesia a Milano

Giovedì, Marzo 6th, 2008

La Mosca di Milano“La Mosca di Milano”, questo è il nome di una delle più interessanti riviste letterarie italiane, intreccio di poesia arte e filosofia, com’è indicato pure sulla asciutta ed elegante copertina; copertina da libro, formato da libro, un breviaro quasi, certamente un oggetto a cui è facile affezionarsi, che io stessa amo portarmi un pò ovunque, infilandolo in borsa anche all’ultimo momento e pregustando il piacere che avrò di trasformare le innumerevoli attese nel traffico e nelle file quotidiane in un mio arreso sprofondare nel giardino segreto, tra le mani una “Mosca” di carta che mi racconta di Ombra e Sogno… Tutto questo è merito di Gabriela Fantato, poetessa milanese che di grinta pazienza entusiasmo e poesia ne ha da….da trasformarli in una rivista giunta al suo decimo anno di vita, che ha prestigiosi collaboratori da tutt’Italia e dall’estero, che è veramente aperta ed accogliente verso lo scrittore ed il puro lettore. Ed a Gabriela resta ancora molto da dare, come dimostrano con evidenza le sue poesie, sensibili e piene; di grazia, di musica, e persino di silente dolore, pudìco, mai privo di luce. E del quotidiano piene, del quotidiano suo e di chiunque, delle vite di uomini e donne, dei luoghi e dei respiri che spargiamo in essi, fino a renderli così nostri, emanazioni di noi stessi, lembi che ciascuno porta nella propria esistenza. A Napoli come a Milano. da “La forma della vita”

La forma della vita

Cammini sul ciglio della strada
dove non c’è riparo  né contatto.
Tutto è compiuto
in questa città  che ha la forma
di ogni altra città  a venire.

Cola la notte dentro gli uomini,
strade a corridoio
dove  scivola il gesto che sa
e tace  la ferita.

Le luci, le luci sono troppo alte
per vedere l’ombra, la vostra
la mia e il sangue nel canto
taciuto ai figli
dentro la pagina.

Sarà  questa l’ora di dirlo
il tempo immacolato e crudele?
L’ infanzia orfana  la casa,
una guerra nella memoria muta
della pelle.

I corpi hanno perso il sogno
nel tanto spaccare la vita
con le unghie sino in fondo,
nel dirlo ogni volta  estinto il sogno,
come fosse per davvero,
per sempre.

Cerco l’abbraccio nelle piazze
smagrite.
Lo trovo la notte, lo inseguo
nel piano inclinato
degli occhi.

Ho scavato una grotta
per la solitudine e la preghiera
non scordata mai, non saputa
se non nel grido.

Sotto, più giù dentro i cunicoli,
nel nero che assedia
le ginocchia si chiude il cerchio,
la parola consumata all’inizio.
non ho più occhi.

Tengo stretta la mia,
la tua ora, quella che sola ci appartiene
dove dici   amore
e ci credi e lo tieni come l’ospite,
l’ultimo.

Nascite imperfette

Nella fessura del presente
restiamo appesi a un ricordo.
Dentro la testa  un mare,
senza data e il nome

resta la ninna nanna
di mia madre nel bianco,
come fosse una notte senza luna

E’ stretta la mattina dove si perde,
dove è più scuro il giorno
sopra le pagine
e la fuga nella pelle.

resta il segno nella mano
di mio padre,
la nostalgia, un balzo senza fine

La terra conserva
la formula del fiore e la legge della stella,
un tempo fissato   e chiama.

Cantilena della specie

La scriminatura divide i capelli
in parti non uguali.
Sono fragili i capelli, si vedono le ossa.
La pelle e il bianco sotto,
dove ognuno
tiene stretta una dedizione che non so

è questo  questo è il brivido nella ruga precoce
dentro un cielo sfilacciato

Le strade lo sanno e si sono
predisposte in obliquo.
Lasciano che sia lento lo scivolare,
una frana a valle dove la cenere copre i resti
con la pietà  di un dio più grande .

questa la fedeltà  di chi cerca un piatto,
la casa e il davanzale per i gerani

Un battito sale, entra nei muri,
arriva sino al terzo livello in verticale
sotto.
Si muore bene, dici, coltivandosi
con attenzione come un fiore piccolo
nel suo vaso.

è questa la gioia  balzo dentro la specie
dove lo sanno le cellule, i rami e i figli

Ai pochi

I.

Anche oggi il sole ha aperto il cielo
e dato forma alla collina,
il sopra e il sotto, il mondo davanti.

Ieri è stato tutto un lavorìo
di tagli e incastri
nel fondo del baule  la vita,
un farsi estate e aspettare che conduca il passo.

Nella fatica del paesaggio resta
un bianco ostinato e la fuga verso est
dove cresce il tempo primo
dell’invocazione  un segno a puntasecca
come se infinito.

II.

Resta una fedeltà  ai pochi
a fare il perimetro e un giardino selvatico
prima del bosco, oscuro quanto quello.

La strada  la strada è rossa,
dritta verso l’infanzia, dove eri sempre stato.

Non sapresti dire se era vero
quel tanto girare di spalle,
non sai trovare il nome un piega del labbro
dove la foce attende il sangue,
rosso come un’acqua che viene
e slitta, vedi s’avvicina

III.

Il sorriso copre l’assenza dei volti,
non tirare le somme,
non sarà  un numero a dire la gioia,
un azzardo nel bianco.
L’addio improvviso, come il freddo.

Resta un patto senza abbreviazione
la tua storia, una memoria.
Un bordo dentro gli occhi.

Solo nel taglio esatto
a volte riposo

Città  in sotterranea

I.

Sotto, proprio qui sotto il metallo
sutura la pelle  gli strati non riparano
dal freddo.

La città   un disegno di strade
a perdere,
senza nulla che mondi dal nero
dentro gli occhi.
Non la resa delle bestie a primavera,
non la terra aperta dal vomere,
la terra tagliata tra le mani.
Qui sotto non c’è l’ombra
a fare i corpi meno soli, vedi?
batte il ritmo di un’infanzia
rubata
con il gesto semplice che strazia.

II.

Dov’è la parola?
La radice selvatica che unisce
il tronco con le mani,
la punta al taglio nel mio fianco
e fa una linea esatta  solo per metà .
Una dolcezza dentro il bianco
per ogni volta che perdiamo
l’abbraccio.

III.

Fuori resistono i gerani al davanzale,
l’edera al cancello,
esistenze mai cresciute nella gioia,
mai venute alla sfida
di un amore.

Tengono la casa, la tengono dove
il giorno è polvere e l’occhio
non decifra
la legge nelle stagioni.

Qualcuno prega   la pietà ,
senza saperla, senza averla mai avuta.
E’ un vizio la pietà ,
una crepa  nel battito cardiaco
prima che la lama dica il male.

IV.

Sotto, qui sotto la partenza è
viaggio nella specie  perdersi
di cunicoli e ombre nella pancia di Milano
dove dici  mare, quel sogno
nel cuscino.

Sotto si agita un’acqua gonfia
sotto il cemento, dentro i navigli
interrati come  una serpe che non si vuole
per vicina
e sale – vedi? adesso sale l’acqua.
Arriva sino al cielo.