IRENE, IL MARE, LA TERRA
Giovedì, Novembre 20th, 2008Tanto tempo senza un articolo, per comprovabilissimi “motivi familiari”, però ecco che questo caffè letterario virtuale si arricchisce di un contributo interessante e, mi pare, prezioso.
Siamo nella bella Formia, davanti all’incanto del golfo di Gaeta e Formia, appunto.
Su di un panorama di una bellezza che sconfina nello struggimento e, dunque, quasi della malinconia, si affaccia la finestra della stanza nella quale scrivono ben due poeti, compagni anche di vita: Giuseppe Napolitano ed Irene Vallone.
Di Giuseppe e delle molte e pregevoli cose che fa PER la Poesia, oltre che della sua poesia, parleremo presto.
Oggi ci dedichiamo alla lettura della poesia di Irene Vallone, un delicato ed incisivo esordio il suo, premiato sul nascere dalla giuria del Premio Sant’Elia.
E confesso che leggendo i suoi testi mi sono scaldata di intima soddisfazione, per quest’altra voce di donna, e di donna del mio sud.
Una voce ferma, distesa, intensa ed emotiva. In una cornice minimalista e delicata nei toni, che ancora più risalto da al cesello del particolare.
Praticamente un autoritratto di Irene.
1
Africa
Ho nel mio cuore l’urlo
indelebile scava
la ferita del ricordo
Stretta la gola
tra mantici ferrei
sacchi di corpi percossi
grani di polvere
a medicare ferite
noi sordi, ciechi
Aria malsana
a mendicare amore
Stretto al petto
il figlio della paura
lo strazio della violenza
negli occhi tuoi bambini
sorriderà domani tenerezza
2
Introspettiva
Siamo tutti grandi fiumi
carsici
penetriamo nelle profondità
dell’anima
e barlumi di luce a specchio
lasciamo intravedere dalle forre
fissità di pensieri su
orizzonti alla deriva
sullo strappo un telo blu
3
Nascondi
terra che nascondi la pioggia
conserva di sale, di vita, di pane
trattieni radici e propaghi profumi
terra di sale di vita di pane
doni la vita e nascondi la morte
l’orma di ogni passaggio hai segnato
terra di sale di vita di pane
profondi parole in un campo di grano
nascondi le tracce di ogni suo passo
4
Terre mie
colmi gli occhi delle terre mie
nuovi inseguono nella luce profumi antichi
stanchi i passi solcano le pieghe dei ricordi
all’orizzonte incertitudine desueta
sa di erbe di campo il tramonto
e con una stella mi aggrappo sull’uscio
del buio.