Archive for Marzo 2009

Pasquale Vitagliano

Mercoledì, Marzo 25th, 2009

 

Pasquale Vitagliano è nato a Lecce nel 1965 è laureato in Scienze Politiche e Giurisprudenza, ha seguito la Scuola di Giornalismo “Gino Palumbo” della Rizzoli Corriere della Sera di Milano ed è stato redattore-stagista presso il «Corriere della Sera». E’ giornalista pubblicista,  e scrive (anche)  poesie: alcune sono apparse su “Rottanordovest”, “Erodiade”, “Lapoesiaelospirito”, “Nazione Indiana”. E’ stato finalista del premio di poesia Città di Procida nel 2003. Menzione speciale nel 2005 al Premio di Poesia Lorenzo Montano Città di Verona. Nel 2006 segnalato nello stesso premio. Con i suoi versi è presente in diverse Antologie edite da LietoColle. Critico letterario per diverse riviste locali e nazionali. Presente nel nucleo originario della Redazione (2000-2006) di Italialibri, nel 2006 ha curato l‘Antologia della Poesia Erotica contemporanea per la sezione riservata a ItaliaLibri.

Ed oltretutto Pasquale Vitagliano ha vissuto la sua infanzia ed adolescenza tre piani sotto la mia casa a Terlizzi, è stato mio compagno di giochi, e naturalmente il primo grande amico di una scolaretta delle classi elementari magrolina e sognatrice quale ero io.

I parallelismi non sono terminati, io e Pasquale facciamo anche lo stesso lavoro, quello che ci da’ il pane intendo. Per vivere poi, scriviamo poesia.


Odora di gelo

morente all’imbrunire

l’inaspettato

bacio della pace,

che ti veste

dalla testa ai piedi

di quello che occorre

per uscire fuori. 

Quando sparisce il freddo,

si scioglie il dolore,

quando il sonno

non si spezza più.

Allora, puoi uscire fuori.

 

Veleggiare

Questa parola

ho scoperto

tra i piombi dorati

di un parrucchiere-per-signora,

mentre evadeva

dalla sua mestizia.

E dietro trascinava

l’eco di un profumo,

essenza di una scomparsa beatitudine.

 

Cretto sul corpo

Getto un cretto di bava

sulle faglie di un corpo di cava,

per coprire le murate glauche,

per seppellire le seppie fondamenta. 

Non è una opera imperitura sul corpo,

non è lucore quello che si vede dall’alto,

se ci stai dentro, un dedalo appare, un greto

cieco che non saprà mai dirti perché il dolore.

 

       La camera oscura

 

Ho dato un volto alla camera oscura.

In essa ho trovato un corpo indimenticabile.

Gli ho toccato i capelli morbidi e caldi,

lunghi come nient’altro,

neri e intriganti come la notte.

Ho incrociato due occhi profondi

e accesi come due lune.

Ho trovato bellezza.

Ho messo dolcezza e amore

nella  camera oscura.

Alla fine il volto, la bellezza, l’amore,

tutto è sparito.

Solo la camera oscura

è rimasta:

più brutta e insopportabile

di prima.

Puntuale come un pendolo,

prevedibile e insensibile.

 

Una dedica alle donne

Domenica, Marzo 8th, 2009

 

Una dedica alle donne, alla loro umanità così straordinaria e misteriosa, a quella loro aurea mistica e sensuale ad un tempo, al meraviglioso dono che possiedono di generare e far generare amore.

Una dedica alle donne, perché sia la loro ragione a vincere sui mali del tempo, la ragione della parola.

Una dedica alle donne perché siano curate come fiori, prima di tutto da se stesse.

 

 

Le donne-mimosa, fiori eterei e forti, che vincono con la grazia e la bellezza il gelo del tempo di un inverno troppo lungo…

 

L’ibisco è sbocciato in rosso

contro tutto il mio dolore.

Cosa vuole una donna, dico,

cosa immaginava fosse promesso alla sua vita.

Ed io. Io cosa.

 

Come ti allevano le donne questi qui,

come te le sgangherano, slogano, riducono

a un filo sottile, l’ultimo tratto di linea prima della sparizione.

 

Io tocco i panni con le mani mentre li ritiro dai fili, con le mani li accarezzo e piego.

 

Devono avere tutto ed assolutamente essere nulla.

Alcuni manichini nelle vetrine sono già protesi di nailon trasparente

e almeno non fingono niente.

Le ragazze in copertina invece sono manichini. Che erano bambine.

 

Quelle normali poi cosa speriamo, di salvarlo il mondo?

Ce la faremo a dividerci lavoro-casa-figli-uomo-non invecchiare-non ammazzare, né centrifugare un figlio?

 

Affetto sottilmente cipollina fresca e piango per il mondo

e il destino dell’uomo, l’incapacità di riavvicinare i lembi e rabberciare.

Piango e mescolo salsa di latte e riso e cannella

per la gioia invincibile dei miei figli.

 

Andiamo mutamente al mattatoio.

Dove si annida il male, che sindrome colpirà da dove?

Dov’è un riparo.

 

La parola è una tettoia verde,

che dice cose che sappiamo tutte e non diciamo più.

Dice che il bene massimo è sporcarsi le mani con la nostra vita.

A ripulirla.

Il bene e allevare con le mani nostre il bene.

 

Comprate donne, comprate più niente!

Regalatevi le mani gli occhi, guardate tutto costruite tutto,

stanate il marciume dall’angolo enorme del mondo.

E allevate. Figli, coscienze, idee.

E la tradizione. E la natura.

E la parola – il nostro marchio deriso –

la parola invada a fiumi le strade, la parola parli della ragione.