Alcune mie Poesie

Al Risveglio

Al risveglio c’era penombra estiva
e sotto la sedia dei nostri vestiti alla rinfusa,
le tue scarpe, le mie preferite, quelle da ragazzo.
Vuote di te, non scelte per l’uscita.
Lasciate al mio primo sguardo per regalo.

Dicono che ci sei, che mi hai dormito accanto
e del tuo ritorno, del sorriso che avrai e bacerò.
Senza paura.

Stanchezza solo quella giusta, che non dispera
e si ripara tra le tue braccia, a sera.

Ascoltare il battito veloce e perfetto

Ascoltare il battito veloce e perfetto
poggiando l’orecchio tra le piccole spalle di nostro figlio
– mentre dorme stanotte tra di noi-
ringraziare Dio e le forze del bene per la sua vita che pulsa e respira,
ricevere nel buio schiarito dell’alba la tua prima carezza, la mia prima carezza del giorno.
Tutto è nella medesima azione.

Tutto è dentro la bolla iridata, trasparente
che rimbalza leggera nei giorni da quando tu sei,
da quando vivere è più fragile e intenso,

com’è la vita di una rosa che prima della fioritura esploda
e tutta si protenda in boccio a quello che sarà  il giardino intorno e sogna,
così avvolta e speranzosa e già  sparge profumo, l’impaziente.

Rosa si è schiusa sul ciglio di un binario della ferrovia,
una strada ferrata di campagna percorsa mille volte
in una gioventù smaniosa, persuasa di vita lunghissima o immortale
e mai più bel giardino vide in sogno
di questa strada pietrosa ed erta, di queste terre di erbe e olivi;

e mai più bello, le pare, possa essere fiorire, lasciar cadere da sé petali e polline,
sfiorire.
Tutto, si accorge, era da sempre nella medesima azione.
Inconoscibilità , appassionante mistero che è vivere

Capodimonte I

Capodimonte è il nome dell’altezza di spirito di Napoli,
la strada preferita del vento,
che trasporta nella mia casa minuscola, minuscoli granelli
di terra e pollini del bosco Reale -anzi vero-
proseguito dai palazzi antichi, addossati
che la luce orizzontale di Settembre dilata
in chiarore e bellezza, pieni di corpi, quelli e la strada, carnali.

Qui le donne sono tutte più madri,
più larghe di fianchi di me e della mia vicina,
con una sola piccola figlia, ed io un figlio.
Quelle conducono un esercito di uomini alti
che non lasciano mai le loro cure, la carezza nodosa delle mani
sull’ultima grinza della maglia ripiegata, il loro sugo domenicale
prolungamento del latte e poi del sangue.

E non le vedono quando, negli intervalli di un lavoro eterno,
fumano in grembiali celestone e si parlano con voci roche
dialettali, i gomiti appoggiati alle ringhiere
cariche di gerani e panni stesi.
Sembrano Maria, quando Jesus era a scuola o ai giochi di strada,
e da grande, alle lotte quotidiane.

Capodimonte II

Capodimonte d’estate.
Pare una spiaggia urbana,
con le donne qualche volta sedute sulle sdraio,
una o due, sul balcone
e gli uomini al loro posto la sera,
mezzo addormentati, davanti alla televisione
accesa dentro alla sala, con la stessa distanza del cinema
e lo stesso volume stereofonico.

Nella mia parva casa lo spettacolo preferito sono loro
queste famigli grandi.
Noi difatti siamo soli, figlio e figlia di padri disuniti;
vicino il suo, mai più di un’assenza settimanale, e sempre sempre lodato.
Combattuto il mio, lontano, neppure semestrale.
Perso negli anni e poi riconosciuto.

Da te ho imparato la corsa nelle cose

Da te ho imparato la corsa nelle cose
la corsa che poi, rimbombando,
mi passa nel sangue.

Ma è un’altra la mia voce,
che io ero nella vetrina del calzolaio
quella scarpa sola sulla scansia
(l’altra riposta chissà  dove)

La mia voce è questa
che piano dice, e non sempre:
una volta è rimasta sospesa per una sera estiva,
scesa sulla campagna larga dell’Emilia, sfuocata d’afa bianca,
bella da sgomentare.
E per gli alberi anche, per gli alberi con le foglie
come uccelli, in volo sopra i viali di Cervia.

Ricordo poi di una tazzina, nuda, sulla bancarella di modernariato
di molte labbra sedia e tepore, e del ragazzo gentile
-molto più giovane di me, della tazzina-
che poi ci ha regalate.
Le cose lente e vecchie a me parlano.

Di certe donne in metropolitana

Di certe donne in metropolitana
– nitore, disciplina, capelli bene in ordine,
forme appena accennate, occhiali a volte,
tinte neutre, abiti poco appariscenti sempre-

di certe donne
-mai una passione stravolgente, mai sbagliata
la misura, la scelta, il modo di stare al mondo-

Io non così, io di me rinnego tutto
e tutto ancora.

Guarda quel che fa la natura

Guarda quel che fa la natura, se la lasci in pace.
Fa un suo ordine disordine tra i vasi trascurati
sul balcone, crea legami di menta rampicante
di ortica ed altre erbe rigogliose,
le malerbe.

In mezzo al caso, una scopa di saggina,
l’annaffiatoio rovesciato, una conchetta rossa
dei panni che ho già  stesi,
il triciclo del mio maschietto piccolo.

Niente vorrei toccare, vorrei abdicare.
Cederei l’arbitrio alla natura,
finalmente.

In vita (ai clandestini)

Arrivati. La spiaggia compare di colpo,
mozza il residuo di fiato in cima alla duna;
il blu marino è più intenso tra i rami ad ombrello dei pini
Nessuno, non c’è quasi nessuno.

La luce orizzontale di quasi settembre
azzurra l’aria e le dune e i pini,
fa più bianca del sale la sabbia.
Noi si resta silenziosi, metamorfosi di bianchi e celesti
dinanzi alla rivelazione. Si attende.

Tramontana ci soffia sul viso i capelli,
a noi superstiti, che fissiamo lontano e non siamo in partenza
ma qui per restare aggrappati al vento, qui vivere
come ombre eterne di pochissima stoffa vestite

Vivere per bere un poco d’acqua, mangiare per fame semplice
ringraziare dell’ombra il pino, di rinfrescarci il mare trasparente di fronte all’Albania.
Noi vogliamo stare qui per sempre,
pochi, e uniti in moltitudine.
Essere morti vogliamo, e qui vagare
con gli altri morti che spesso riporta il mare.

Restiamo, clandestini noi pure, che ci trovino ad attenderli
col silenzio sul viso e un orma scura sul petto che ha compreso
la vastità  dell’universo e la vasta ferocia degli uomini.

Che noi sconfiggeremo, noi ci stringeremo.

In vita (a Giuseppina Apuzzo)

Porterai i gigli della Vergine
sarai la ruvida purezza,
l’incanto degli occhi di bambina.

Ora la tua carne forte sarà  aria
aria buona del tuo paese di quasi montagna,
il cuore tuo non più quel muscolo stanco, ma luce
la luce calda e fresca del tuo ridere a scroscio,
col sussulto delle spalle, il dolce ballo delle braccia larghe

Lo sfarfallare delle mani che hanno fatto
di ogni giorno della vita un’opera.

Cara Giuseppina, ape operosa di Agerola.

Infilo gli occhi nel verde

Infilo gli occhi nel verde
non vedo più la strada, sfuggono le case.
Così il mondo è già  completo, solo distese verdi,
file di alberi immensi e alberi soli e immoti.
Perfette sono le siepi e i rampicanti
perfetti gli ikebana di sterpi e fiori

Sono lontana, sono una foglia
un tronco una farfalla.

Solo per il tuo canto ritorno.

Io non parlo d’altro

Io non parlo d’altro credo che dell’andare
triste per le ore, del tempo, vuoto delle tue parole.

Non senti, non mi senti
e io grido a bocca chiusa, e vedo solo i muri,
i campi, i temporali…

Piazza San Luigi undici

Era tutta racchiusa in una idea, la vita nuova
che tu fossi il completamento, l’aria
e gli altri elementi, il tutto.

Gli uccelli hanno svernato con le nostre briciole…
Dov’è casa dunque?
Questa è casa, questa cesta per gatti e bambini
Questa cassa armonica per voci infantili e controcanti discordi.
Lo sento, è casa.

Solo mi ammutolisce la tua andatura sfuggente,
e il male che sente mia madre
e l’acuto di mio figlio, il suo noooo
che si allontana dal telefono.

Si piange soprattutto di Domenica

Si piange soprattutto di domenica
davanti a certe palme altissime
che sbandierano al vento del golfo dita verdi fiammanti.

Ci si piega
accosciati di lato, a piedi nudi
sul pavimento di scaglie miste,
freddo, delle case in affitto

che ritenevo seriamente – e raccontavo –
contenesse alcuni diamanti ed altre gemme,
e si vedeva bene da quei luccichii

Organizzavo tutti gli altri bambini del palazzo,
le loro piccole teste ben pettinate.
Preparavo spedizioni, scavi…

Un pomeriggio chiarissimo di Aprile

Un pomeriggio chiarissimo di Aprile
la luce definisce il bianco in bianco
lo stucco della finestra e le sue schegge
il giallo lieve delle pareti e le forme nitide dei quadri
Ogni cosa ha il suo posto nella luce perfetta.

Te ho amato nella luce, il tuo corpo e il colore dei capelli
tutto ho veduto scolpito nella luce,
tutto conservo dietro gli occhi chiusi.

Un pomeriggio perfetto e fermato
in un tempo di Aprile per sempre
e in nessun luogo.
Io sono stata una regina d’oro
dalle tue mani incoronata nell’aria azzurra e senza ombre.